0

Bambini che fanno gli schizzinosi a tavola? Sono sempre di più!

Un articolo del Corriere della Sera ci fa riflettere sul cibo e su come i bambini stanno modificando le loro abitudini, le loro preferenze e su come si comportano in alcune occasioni. Il cibo è il tema della grande Fiera Milanese, Expo2015, perché non approfondirlo estendendolo anche ai più piccoli?

Ecco l’articolo!

Il fenomeno inizia già a due anni e riguarda 1 piccolo su quattro. Si distinguono in “senso-dipendenti”, “preferenziali”, “perfezionisti” o “comportamentali”

Schermata 2015-06-26 alle 22.07.08

Bimbi schizzinosi a tavola: un problema comune a un quarto dei piccoli commensali, studiato nei dettagli dall’University of Illinois – Urbana-Champaign i cui risultati sono stati riportati dalla rivista Scientific American.

Lo studio 

Secondo la ricerca, condotta su 170 bambini tra i due e i quattro anni, i piccoli a tavola si dividono in “senso-dipendenti”, “preferenziali”, “perfezionisti” o “comportamentali”. Le quattro categorie sono emerse dopo che per due settimane i bimbi hanno mangiato pasti standardizzati mentre i genitori prendevano appunti sul loro comportamento. 
Il primo comportamento dei “senso-dipendenti” comprende quelli che rifiutano il cibo per l’odore o la consistenza. Ci sono poi i “preferenziali”, che si rifiutano di mangiare cibi nuovi per loro, o mescolati in modo inusuale, i “perfezionisti”, che ad esempio non mangiano ciò che è stato assaggiato da altri o i “comportamentali”, che rifiutano di sedersi a tavola direttamente, o hanno pretese impossibili.

Che fare 

Una bella lotta insomma per i genitori: «Al momento non ci sono strategie mirate per ogni definizione – spiega Soo-Yeun Lee, uno degli autori dello studio – ma possono andare bene le “vecchie” strategie, come servire i cibi “favoriti” inserendo anche quelli nuovi o rifiutati. L’importante è avere pazienza, a volte servono 10 tentativi per introdurre un nuovo alimento, e spesso i genitori non arrivano a tanto».
La frequenza di questi disturbi, spiegano gli autori, può variare tra il 20 e il 50% dei bambini. Cifre più basse, ma comunque notevoli, sono state trovate da uno studio di Claudio Romano, pediatra dell’università di Messina, presentato all’ultimo congresso della Società Italiana di Pediatria, secondo cui riguarda il 25% dei bambini sotto i sei anni.

0

Giochi casalinghi per non annoiarsi mai!

Contro la noia delle mattine e dei pomeriggi d’estate, il sito BuzzFeed ha stilato una classifica di giochi che si possono organizzare in casa per i bambini. Salvaguardando la salute mentale (e il portafoglio) dei genitori. Abbiamo riportato qui quelle che a nostro parere sono le più divertenti e le più fattibili. Per vedere quali sono tutte le altre potete dare un’occhio qui!

Sbizzarritevi!!

Idea n°1: usare dello scotch colorato per disegnare sul pavimento un’intricata pista per le macchinine!

1

 

 

 

 

 

 

Idea 5: servono coloranti per alimenti, un po’ di colla bianca e alcuni stuzzicadenti. Si fanno cadere delle gocce di colore su una base di colla umida e con gli stecchini si distribuiscono. Sarà affascinante vedere i colori che si espandono prendendo vie inaspettate. Poi l’opera va fatta asciugare!5

Idea n°6: vi avanzano dei fogli di plastica «mille bolle» (quelli che si usano per imballare)? Usateli per confezionare degli stivaletti con cui i bimbi possano divertirsi a dipingere con i piedi.

6

Idea 8: l’interno di un rotolo di carta assorbente fissato a una parete con dello scotch. Uno «scivolo» che terrà occupato per parecchio tempo il vostro pargolo.

8

 

 

Idea 10: si può imparare a scrivere usando una riedizione del giardino zen. Servono una scatola dai bordi abbastanza alti e dello zucchero e il gioco è fatto.

10

Idea 14: i palloncini-razzi. Servono: spago, una cannuccia, scotch, un palloncino e due sedie. Si attacca il pallone gonfiato ma non chiuso alla cannuccia infilata sul filo che sarà stato prima fissato tra due sedie. Quando si lascia la presa, il palloncino sgonfiandosi parte da un capo all’altro.

14

 

 

 

 

 

Idea 15: piccoli ladri crescono. Con del filo rosso creare un’intricata rete che i bambini devono riuscire ad attraversare senza toccare i fili. Come in «Mission Impossible» con l’antifurto laser.

15

Idea 17: due piatti di carta, due stecchi tipo quelli dei gelati e un palloncino. E i tennisti possono esibirsi in salotto senza devastarlo.

17

 

 

 

 

Idea 21: si taglia a metà un tubo di quelli che si usano per galleggiare in piscina. Ne viene fuori una doppia pista per biglie

21

 

Avete altri giochi hand made che hanno fatto la felicità (vostra) e dei vostri bimbi? Raccontateceli!!

0

Toxoplasmosi in gravidanza: 7 cose da sapere

Contrarre la toxoplasmosi in gravidanza può essere pericoloso per la salute del bambino. Ecco come prevenire l’infezione e come comportarsi se, invece, si scopre di averla contratta.

gra1) Che cos’è la toxoplasmosi?
La toxoplasmosi è un’infezione causata da un microrganismo chiamato Toxoplasma gondii. Nella grande maggioranza dei casi non ci si accorge nemmeno di averla avuta, perché dà sintomi lievi e generici, come stanchezza, mal di testa o di gola, sensazione di “ossa rotte”. Una volta contratta, lascia un’immunità permanente, cioè non si rischia più di ammalarsi. Il problema, però, è che se presa in gravidanza può essere molto pericolosa per il bambino, visto che può passare al feto attraverso la placenta.

2) Quali rischi per il bebé?
Se la mamma contrae l’infezione durante i mesi di gravidanza, non è detto che anche il feto si infetti. Se però questo avviene, i danni possono essere tanto maggiori quanto più precocemente avviene il contagio.

“Per fortuna all’inizio della gravidanza è difficile che il toxoplasma arrivi al feto, ma se questo succede, i rischi possono essere anche seri: per esempio aborto spontaneo, malformazioni, danni al sistema nervoso centrale che possono portare a ritardo mentale o a epilessia oppure lesioni agli occhi che possono provocare cecità” spiega Irene Cetin, responsabile dell’Unità operativa di ostetricia e ginecologia presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano e Professore dell’Università di Milano. “Viceversa, verso la fine della gravidanza il passaggio attraverso la placenta è più facile, ma a quel punto i rischi possibili sono minori”.

3) Il toxo-test per sapere se si è immuni oppure no
Per sapere se si è immuni oppure sensibili all’infezione basta un semplice esame del sangue che permette di rilevare la presenza di anticorpi contro il toxoplasma. Il test può essere eseguito anche prima del concepimento, oppure nell’ambito della prima batteria di esami che viene consigliata alla mamma alla prima visita della gravidanzaSe la donna risulta immune, può stare tranquilla per tutti i nove mesi e non è necessario ripetere il test.

Altrimenti può risultare suscettibile di infezione, se non l’ha mai contratta (in questo caso il test dovrà essere ripetuto ogni mese), o a rischio di trasmetterla al feto, se l’ha contratta proprio durante la gravidanza. L’esame è a carico del SSN per tutti i mesi di attesa.
4) Che cosa fare se si scopre di aver contratto la toxo in gravidanza
Come comportarsi se l’esame era negativo subito prima del concepimento e poi risulta positivo durante i controlli dei nove mesi? “La prima cosa da fare, per sicurezza, è ripetere il test presso un centro di riferimento specializzato, come un ospedale di secondo livello, più attrezzato su queste analisi” suggerisce Irene Cetin.

Nel caso in cui sia confermata l’infezione, si può eseguire il cosiddetto test di avidità, cioè un esame del sangue che consente di sapere se l’infezione è avvenuta nei tre mesi precedenti o ancor prima, e quindi capire se è stata contratta quando la gravidanza era già in atto. Se è questo il caso, per sapere con certezza se effettivamente il toxoplasma ha oltrepassato la barriera placentare e infettato il bambino occorre eseguire un’amniocentesi, che permette di evidenziare l’eventuale presenza del microrganismo nel liquido amniotico.

5) Trattamenti possibili
“Se la mamma contrae la toxoplasmosi in gravidanza, viene sottoposta subito ad una terapia antibiotica che riduce il rischio di trasmissione al feto dell’infezione e che, nel caso la trasmissione sia già avvenuta, riduce il rischio di gravi conseguenze” spiega la professoressa Cetin. Con le attuali possibilità di trattamento, almeno il 90% dei bambini che contraggono l’infezione in utero nasce senza sintomi evidenti.

toxo1-1-656x3826) Come evitare la toxo
L’infezione può essere contratta solo se si ingerisce il parassita, che può essere presente nelle carni di animali infetti, nelle feci di gatto, nel terreno in cui abbia defecato un gatto infetto e su frutta e verdura (eventualmente contaminate da feci o terreni a loro volta infetti). Ecco allora le precauzioni da adottare per evitare il contagio:

  • Se si vuole mangiare verdura cruda, è importante lavarla abbondantemente e con cura, per asportare residui di terriccio. Utile aggiungere nell’acqua di lavaggio un po’ di bicarbonato o di soluzioni disinfettanti apposite, che aiutano a rimuovere lo sporco. Meglio fare un risciacquo ‘domestico’ anche se si acquista al super l’insalata già lavata e confezionata.
  • Nessun divieto per la verdura cotta, dal momento che la cottura è in grado di distruggere il germe.
  • Per quanto riguarda la frutta, quella che cresce sugli alberi non dà problemai, mentre per i frutti a contatto con la terra, come le fragole, valgono le stesse precauzioni previste per la verdura cruda.
  • La carne deve essere consumata sempre cotta. Sì a cotolette e roast beef, ma solo se la carne è ben cotta anche all’interno. Vietate le bistecche al sangue o il carpaccio. Vietato anche assaggiare carne cruda o semicruda mentre la si prepara per il pasto.
  • Come salumi, sono consentiti quelli cotti, come la mortadella e il prosciutto cotto. “No invece a prosciutto crudo, salame, bresaola, wurstel e speck, a meno che non li consumiamo cotti nelle pietanze” evidenzia Iren Cetin. “È vero che i prodotti industriali sono più sicuri di quelli artigianali, ma nel dubbio meglio non rischiare”.
  • Dopo aver maneggiato carne o verdure crude, è sempre buona regola lavare bene le mani con acqua e sapone.
  • Nessuno rischio toxoplasmosi se si consuma pesce crudo, come il sushi. Però in gravidanza è consigliabile evitarlo perché può contenere altri germi, come la salmonella.
  • Il giardinaggio non è vietato, ma occorre mettersi i guanti e lavare bene le mani al termine dei lavori, per evitare il contatto con un terreno che potrebbe essere stato contaminato da  feci di animali infetti.

 

7) Gatti sì o no? 3890802010_1f1272ab3e
Sono i primi contro i quali si punta il dito, ma in realtà è davvero difficile che un gatto domestico(sempre vissuto in casa e non precedentemente randagio) possa contrarre la toxoplasmosi e trasmetterla all’uomo. A meno che, naturalmente, non vada in giardino ed entri in contatto con terreno contaminato.

Il problema, comunque, è limitato alle feci e dunque alla lettiera: per una precauzione in più, è consigliabile farla pulire ad altri membri della famiglia oppure indossare i guanti e lavare le mani con sapone ed acqua corrente al termine delle operazioni di pulizia. “Va specificato tuttavia che le cisti del parassita si schiudono circa 2-3 giorni dopo la deposizione delle feci, a una temperatura ambientale di 24°C e ad alta umidità” afferma Cetin. “Dunque,  il rischio di contaminazione viene notevolmente ridotto se la lettiera viene pulita ogni giorno”.

(Fonti per questo articolo: nostrofiglio.it)

0

Susanna Tamaro racconta la storia di un ragazzino che vuole abbattere la tecnologia…ci riuscirà?

Schermata 2014-12-05 alle 00.54.18

Bart (così viene chiamato in casa), ha dieci anni e vive in un mondo in cui la tecnologia governa la vita e la morte. I suoi genitori, superimpegnati nel lavoro, li vede per lo più in collegamento su un grande schermo, ma d’altronde non ne ha bisogno. Vive in una casa domotica dove quando la mattina suona la sveglia il letto si abbassa e lo scarica a terra accendendo le luci di bagno e cucina; mentre si prepara (quattro minuti per la doccia, due per i denti, quattro per i bisogni), il tostapane sputa fuori le sue fette tostate, il micronde la cioccolata calda e lo spremiagrumi il succo d’arancia. Fatta la colazione la mamma compare sul video e legge dal tablet il tracciato dei sensori di cuscino e delle lenzuola per capire come il figlio ha dormito. Prima che la notte cali ricomparirà sul video altre due volte, ma comunque il watchphone di Bart è sempre aperto per le comunicazioni urgenti.

Bart è il protagonista del nuovo libro per ragazzi, Salta Bart! (età di lettura: dai dieci anni) di Susanna Tamaro, in uscita oggi da Giunti. La scrittrice triestina affronta tutti i temi che le stanno a cuore incastonandoli in una favola futuristica dove un mondo omologato ha eliminato dalla vita qualunque tipo di imprevisto, gli affetti si riducono alla loro esternazione vocale come il mantra-saluto ailaviuailaviuailaviuailaviu che si scambiano madre e figlio nei loro collegamenti quotidiani. Bart è solo (anche l’orso di peluche che gli tiene compagnia gli viene sottratto come pericoloso ricettacolo di microbi e fonte di inutili distrazioni) senza mai essere solo. La sua vita costantemente osservata è scandita da impegni fissi che azzerano il tempo della libertà e della noia (dalle lezioni di tuffi a quelle di cinese), prevedibilità è la parola chiave, eppure tutto questo non basta a dargli sicurezza. Il bambino rimane un piccolo nerd pieno di paure e vittima dei bulli, progettato per esaudire tutti i desideri dei genitori, costretto a mentire per ritagliarsi minimi spazi di libertà, sperando che anche in casa sua non venga introdotto il temibile Pinok, sensore catturabugie che si aziona alla minima modifica del calore delle guance e ai millimetrici spostamenti in avanti del naso.

La prima parte del libro, quella in cui viene descritto l’habitat di Bart e la sua vita quotidiana è forse la più riuscita: Susanna Tamaro riesce a costruire un mondo coerente, ricco di dettagli curiosi e momenti buffi. La ripetizione di gesti sempre uguali, la quotidianità monotona della vita di Bart sono il prologo migliore alla seconda parte del libro che assume il classico andamento da avventura/formazione.
A turbare l’ordine prestabilito arrivano per Bart due incontri (in realtà collegati tra loro): il primo con uno strano vecchio cinese, Maestro Lu, che al parco lo salva dai bulli e poi gli regala un libro antico («i libri erano i tablet di una volta»). L’altro con una pollastrella di batteria, Zoe: Bart inciampa in una gabbia nel parco e la porta a casa senza sapere che cosa contenga (fino a quel momento per lui i polli sono solo petti o cosce sotto cellophane stivati nel freezer di casa). Per un po’ i due convivono riuscendo a evitare i sensori che rivelerebbero ai genitori una presenza estranea, ma quando mandano in tilt tutto il sistema di controllo e la casa viene circondata da polizia carabinieri ambulanze e pompieri si rifugiano letteralmente nelle pagine del libro, varco spazio-temporale che li conduce nel mondo della famiglia di conigli protagonisti. Si susseguono avventure e colpi di scena, la scoperta del Regno Eremita che, sempre più ridotto, resiste alla distruzione che avanza. Bart è il prescelto: toccherà a lui cercare di salvarlo, con l’aiuto di papà Coniglio e della gallina Zoe.
Susanna Tamaro declina in modo originale molti temi e plot classici della letteratura per ragazzi (e non solo, basti pensare all’occhio orwelliano del Grande Fratello). Ci sono la quest (la ricerca), il mondo parallelo, il travestimento, la lotta contro le forze del male, l’amicizia improbabile tra due esseri molto diversi, l’incantesimo malefico, passaggi segreti nel parco e pozioni magiche. Ma non rinuncia a parlare dei «suoi» temi: l’ecologia, la difesa degli animali, la necessità di rispettare il pianeta, la forza di resistere a una società che ci vuole tutti uguali e troppo spesso dimentica la bellezza della diversità e dell’imprevisto. Lo fa con leggerezza, senza lasciare che l’intento didascalico appesantisca una narrazione ricca di invenzioni e di piccole trovate brillanti. Vanno a braccetto con le belle illustrazioni in blu di Adriano Gon, che possano trasformarsi in un viaggio nella tenerezza o nella paura.

0

Pubblicare foto dei vostri bambini si o no?- parte 2

Nello scorso post abbiamo elencato le motivazioni di chi è contro la pubblicazione di foto di bambini sui social. Privacy, futuro e paura di malintenzionati sono le cause principali di chi non vuole mettere assolutamente le foto dei propri bambini online.

Come promesso ecco che condividiamo anche il parere di chi invece non vede un pericolo così grande in questa usanza comune. Utilizzando questo articolo, uscito su Panorama, proveremo ad approfondire il discorso, spiegandovi quali sono tutti gli accorgimenti da adottare per condividere foto e video dei più piccoli in massima sicurezza. Evitando cioè di trovarsi un giorno a rendere conto ai propri figli di certi clic lanciati con troppa superficialità.

 

IMG_2039

1. SCEGLIETE CON CHI CONDIVIDERE COSA
A differenza di Twitter e di altri media presenti su Internet, Facebook è un social network chiuso. Significa che siete sempre nelle condizioni di definire i confini del vostro giardino sociale (sempre che non decidiate di tenere il vostro profilo pubblico, ovvero aperto a tutti). Sia al momento della pubblicazione, sia accedendo alle impostazioni di default (lucchetto in alto a destra rispetto alla barra delle ricerche), potete decidere con chi condividere cosa. Selezionando “amici”, ad esempio, avrete la certezza che le foto che pubblicherete saranno visibili solo ai vostri contatti (attenzione però a non inserire un tag nell’immagine, altrimenti sarà visibile anche agli amici dell’amico taggato). E qualora la vostra rete di amicizie sia troppo estesa (vedi punto successivo) potete sempre ricorrere alle cosiddette liste degli amici per dividere i contatti più stretti dai semplici conoscenti (in questa nota Facebook vi spiega come fare).

2. I VOSTRI AMICI ONLINE SONO PERSONE IN CARNE ED OSSA
Altra buona regola per evitare grattacapi su Facebook – non ci stancheremo mai di ripeterlo – è di scegliere con molta attenzione le proprie amicizie. In teoria, le relazioni virtuali dovrebbero coincidere con quelle sviluppate nel mondo reale. I fatti dimostrano però che su Facebook, e sui social in genere, c’è la tendenza a circondarsi di molte più amicizie rispetto a quelle effettivamente coltivate nel mondo reale. Il che aumenta in maniera considerevole il rischio di esposizione ai mal intenzionati. Se insomma ci tenete a pubblicare le fotostoria del vostro piccolo dai primi vagiti fino alla maturità, circondatevi di persone a voi care. In fondo nella vita reale difficilmente portereste il vostro pargolo a casa dell’amico delle elementari che non frequentate più da 25 anni o da quell’avvenente sconosciuto che avete adocchiato nel profilo dell’amica dell’amica.

3. EVITATE DI INQUADRARE PARTICOLARI CHE RIVELINO I LUOGHI FREQUENTATI DAI VOSTRI BAMBINI
Una volta definite le amicizie e le regole sulla privacy siete già in una piccola botte di ferro. Per farla diventare d’acciaio non vi resta che seguire alcuni piccoli suggerimenti in via prudenziale. Uno su tutti: evitate di inquadrare nella foto – o di inserire fra le didascalie –riferimenti ai luoghi frequentati dai vostri figli (asili, scuole, baby sitter, ecc). Per quanto siate pronti a scommettere sui valori e sulla rettitudine dei vostri amici, fornire informazioni confidenziali in Rete è una pratica alquanto sconsigliabile, soprattutto quando ci sono di mezzo minori.

4. CHE LA MODERAZIONE (E IL BUON GUSTO) SIANO SEMPRE CON VOI
Anche se il vostro parterre di amicizie comprende altri orgogliosissimi genitori 2.0, evitate le esagerazioni, sia nella quantità che nella qualità dei contenuti che pubblicate. Quando vengono ostentate con troppa disinvoltura, le foto dei bambinisu Facebook possono avere lo stesso effetto (repellente) delle miniature dei gattini. Poche ma buone, insomma. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, si sa, ma non tutti potrebbero gradire una collezione di 120 istantanee del vostro bambino mentre rigurgita le sue prime pappe.

5. CANCELLARE LE FOTO DA FACEBOOK? SI PUÒ, ECCO COME
Casomai un giorno decideste di rimuovere tutte o parte delle foto dei vostri figli caricate su Facebook, vi basterà andare sugli album o sui singoli contenuti muiltimediali presenti sul vostro profilo ed eliminarle. Foto e video su Facebook vengono cancellati in modo simile a quando si svuota il cestino del computer. Tuttavia,spiega lo staff del social network , è possibile che i contenuti rimossi vengano conservati come copie di backup per un determinato periodo di tempo (pur non essendo visibili ad altri). Quanto dura questo periodo di latenza? Una trentina di giorni (o anche meno) terminati i quali i file verranno definitivamente rimossi.

6. COME LA PRENDERANNO I VOSTRI FIGLI UNA VOLTA CRESCIUTI? PIÙ O MENO COME VOI
Certo. Raggiunta l’età della ragione, i vostri figli potrebbero anche “odiarvi” per aver mostrato ai vostri amici quella foto ridicola che li ritrae in tutù (e in netto sovrappeso) in occasione del primo saggio di danza. Ma a ben guardare si tratta della stessa reazione che avete avuto anche voi a vostro tempo con i vostri genitori dinnanzi allepettinature improbabili e a certe camicie a quadri altrettanto osé dei vostri ritratti incorniciati in bella vista nel salotto di c

 

1

Pubblicare foto dei vostri bambini sui social si o no?

Un tema che sta a cuore a molti genitori, cosa faccio la metto o non la metto la foto di mio figlio su Facebook? E se instagrammassi questo bel musetto, dite che faccio male?

Ci sono pareri molto discordi, noi oggi vogliamo toccare le corde di questo tema con voi, proponendovi la versione di Fabio Deotto, pubblicata su mytech.panorama.it il giorno 22 agosto, che spiega come mai secondo lui non è così opportuno postare sui social le immagini dei propri pargoli. Nei post successivi proporremo anche la versione pro, così per darvi una base più completa per riflettere e decidere da che “parte state”.

paura1

“Siete dei genitori soddisfatti, i vostri figli sono ancora troppo piccoli per farvi la guerra, e abbastanza cresciuti da non strillare tutta notte. Non passa giorno senza che i marmocchi facciano qualcosa che meriti di essere immortalato con il vostrosmartphone: la prima parola, il primo disegno comprensibile, la faccia imbrattata di omogeneizzato. Nell’ansia di cristallizzare ogni momento voi scattate, filmate, archiviate tonnellate di contenuti che poi, senza pensarci troppo, condividete suFacebook e su altri social network.
Ecco, potreste anche smetterla.
E non lo dico solo perché mi sono stancato di avere il News Feed ingolfato di foto e video di mocciosi, ma perché questa attitudine a condividere tutto, quando si tratta di minori, potrebbe non essere questa grande idea.
È di questo avviso un numero crescente di genitori americaniche, negli ultimi mesi, ha cominciato a togliere immagini, filmati e informazioni sui propri figli dal social network più famoso del mondo. Secondo questi genitori, infatti, archiviare l’esperienza di genitore su Facebook può risultare controproducente per una serie di motivi:
1- Le immagini, i video e le informazioni (compleanno, feste scolastiche etc.) espongono la prole a qualsiasi genere di malintenzionato, che con un paio di click può essere in grado di sapere che faccia ha vostro figlio, dove va a scuola e a che ora lo lasciate sul piazzale della palestra per gli allenamenti di karate.
2- Non è dato sapere con esattezza come il social network utilizzerà l’immagine e le informazioni dei vostri bambini.
3- Non è detto che vostro figlio sarà entusiasta, una volta raggiunta l’età per iscriversi a Facebook, di sapere che frammenti della sua imbarazzante infanzia sono stati dispersi ai quattro venti della rete.
Ma se da un lato il numero di genitori accorti sta crescendo, dall’altro la fetta di chi condivide materiale sui propri figli a tutto spiano rimane grande. Stando a una ricerca condotta nel 2011 dal University of Michigan’s Institute for Social Research, il 66% dei genitori americani nati tra gli anni ’60 e ’70 condivide senza remore la vita dei propri bambini online.
Naturalmente, Facebook mette a disposizione una serie di strumenti che dovrebbero consentire di mantenere un controllo effettivo sui contenuti condivisi, ma alcuni genitori non si fidano.
Volendo guardare come lo scandalo NSA ha influito sui sistemi di messaggistica (facendo la fortuna di app come Telegram ), è ragionevole immaginare che, se questa tendenza continua ad aumentare, presto spunteranno nuovi social network che promettono una privacy blindata, studiati su misura per i genitori più premurosi.”

 

0

Bambini al nido fin da piccoli? Sì, grazie

È il dubbio di tutte le mamme: iscrivere il figlio al nido oppure tenerlo in casa, affidandolo magari ai nonni o a una baby sitter? Anche i pediatri sono divisi, ma da qualche tempo gli studi stanno convergendo su un’unica risposta, che si può riassumere così: i bambini che iniziano ad andare all’asilo già nel primo anno di vita crescono più sani.

IL CONGRESSO – A tirare le somme delle ricerche disponibili sono stati gli esperti riuniti al Congresso delle società europee di pediatria, che si è tenuto di recente a Glasgow (Regno Unito). Ne è emerso che la frequenza precoce al nido fa diminuire in modo considerevole le probabilità di contrarre le più importanti malattie dell’infanzia. Per il tumore pediatrico più diffuso, la leucemia linfoblastica acuta, il rischio si riduce di circa un terzo e alcuni studi hanno trovato un effetto analogo anche per altri tumori. Un beneficio ancora maggiore è stato poi riscontrato per l’asma – che colpisce ormai quasi un bambino su tre fra i 6 e i 14 anni – il cui rischio arriva a dimezzarsi se i piccoli vanno al nido prima di aver compiuto un anno. Vantaggi sono infine stati osservati anche per il diabete di tipo 1 (con una riduzione dell’incidenza del 30-40 per cento) e per l’obesità, anche se in quest’ultimo caso gli studi sono ancora pochi e il dato va confermato.

SISTEMA IMMUNITARIO – Alla base del fenomeno c’è certamente il contatto precoce del sistema immunitario con gli agenti infettivi che circolano copiosamente fra i piccoli: i raffreddori, la febbre, la tosse e gli starnuti così ricorrenti durante i primi mesi di vita comunitaria hanno insomma un lato buono. E tuttavia, «sui meccanismi precisi di questa immunoregolazione indotta dall’esposizione alle infezioni c’è ancora ampio dibattito, e ipotesi anche molto lontane fra loro» spiega Giorgio Tamburlini, presidente del Centro per la salute del bambino di Trieste, commentando gli studi presentati a Glasgow sulla rivista Medico e bambino. Il dato che però emerge chiaramente è che quanto e più precoce è la frequenza tanto maggiori sono è i benefici.

DUBBI RISOLTI – Nel congresso britannico sono anche state fortemente ridimensionate le preoccupazioni che erano emerse in passato sul versante comportamentale. Le critiche agli asili d’infanzia, infatti, ancora oggi si basano soprattutto su uno studio statunitense che, a partire dagli anni Novanta, ha riscontrato nei bambini che vanno al nido maggiori difficoltà nella relazione con le madri e problemi di vario tipo, che si protraevano fino all’adolescenza. Una ricerca norvegese uscita quest’anno su Child Development, e condotta su 75mila bambini, non solo non ha trovato alcuna relazione di quel tipo, ma ha anche ha individuato alcuni errori fondamentali nel metodo seguito dagli americani, che ne avrebbero inficiato i risultati. Per contro, osserva Tamburlini: «Vi è un’importante messe di studi che hanno dimostrato benefici sullo sviluppo cognitivo e sociale».

ACCESSO DIFFICILE – Nonostante i vantaggi dei nidi, e i bisogni pressanti delle famiglie con figli piccoli, l’offerta di questo tipo di scuole in Italia copre solo il 10-20 per cento delle necessità e spesso le rette sono troppo alte. Conclude Tamburlini: «Sarebbe il caso che il nostro governo, le nostre Regioni e i Comuni impegnassero più risorse per questo fondamentale investimento. Provate a pensare cosa succederebbe se venisse prodotto un vaccino che allo stesso tempo sia capace di migliorare lo sviluppo cognitivo e sociale e di ridurre del 30-40 per cento le patologie più gravi del bambino: quale amministrazione nazionale o regionale si arrischierebbe a non renderlo disponibile? Ebbene, questo “vaccino” esiste. E si chiama nido».

di Margherita Fronte, tratto da corriere.it